MARGUERITE
Un Incontro
"Un Incontro"
di Lidia Storoni Mazzolani
di Lidia Storoni Mazzolani
La prima volta che si sentì parlare di Marguerite Yourcenar in Italia
fu per opera di Guido Piovene, che ne scrisse sul Corriere. Ben presto,
il suo libro più famoso, Mémoires d'Hadrien, fu molto letto e aumentò
il numero dei visitatori nella Villa di Tivoli: incuriosiva
l'interpretazione di un personaggio romano -per l'esattezza, era
spagnuolo- da parte d'una scrittrice belga, che non era una studiosa di
storia romana benché sempre china sul passato a interrogare i grandi
scomparsi.
Adriano era stato un valoroso soldato e, come ho controllato in seguito
sul Codice, legislatore non posso dire umanitario, ma per lo meno
moderatore delle crudeltà che i padroni esercitavano sugli schiavi, che
potevano essere comprati, venduti e fustigati, ma non uccisi, perché il
farlo per la prima volta costituiva reato.
Benché ne abbia scritto e parlato più volte in conferenze, Marguerite
Yourcenar non ha esplicitamente dichiarato per quale ragione abbia
scelto proprio Adriano per tratteggiare il ritratto immaginario d'un
sovrano che magari distoglieva lo sguardo dagli spettacoli cruenti del
circo ma di abolirli non ci aveva nemmeno pensato né aveva lasciato,
come fece Marco Aurelio dopo di lui, testimonianze certe del suo animo
pensoso e radicalmente diverso da quello dei potenti suoi
contemporanei.
Forse, la scrittrice francese subì il fascino del paesaggio di Tivoli,
che non possiede la bellezza aggressiva di Capri, scenario di Tiberio,
ma asseconda il silenzio e la meditazione; e su quello sfondo mite e
discreto le fu facile immaginare un protagonista solitario e alieno
dalle goffaggini e dalle iniquità dei suoi predecessori.
Quando lessi il libro, mi augurai di poter conoscere l'autrice, come
era avvenuto con molti altri scrittori francesi, venuti in Italia,
ospiti dell' Ecole de Rome. Non m'aspettavo certo che sarebbe stata lei
a chieder d'incontrarmi: aveva letto la mia traduzione di Mario
l'Epicureo di W. Pater e fu Lei a propormi di tradurre il suo Hadrien.
Einaudi s'era già assicurato i diritti.
Venne a casa mia accompagnata da un'amica comune e dall'inseparabile
Grace Frick. Non staccò mai gli occhi dalla finestra che guarda sul
Lungotevere e, sulla sponda opposta, dalla Mole Adriana - quegli occhi
d'un azzurro intenso, come in Italia se ne vedono di rado; forse, le
sarà sembrato un segno propizio che il suo libro nascesse italiano
proprio di faccia a quel monumento.
Ripartì presto e incominciò tra noi uno scambio epistolare molto
frequente, all'inizio concernente solo le vicende editoriali, qualche
incertezza sul testo da parte mia, qualche cortese precisazione da
parte sua, poi un interessamento reciproco sempre più vivo e
amichevole: le lettere che mi scrisse sono così ricche d'intelligenza e
di calore umano che quando in Francia fu pubblicato il suo epistolario
mi fu chiesta fotocopia di quelle che possedevo e molte vi furono
introdotte.
S'interessava della mia famiglia, dei miei lavori e delle vicende del
mio paese. L'Italia era una seconda patria per Lei e Adriano un
contemporaneo, attento ai problemi del nostro tempo e intento, con la
sua bella intelligenza, a risolverli.
E forse ci sarebbe riuscito.